Era stata scelta dopo una selezione che si era protratta a lungo. Certo, il fatto che avesse una salute perfetta era stato importante, ma il fattore determinante - lei forse lo avrebbe capito soltanto dopo - era stato il suo carattere docile e la capacità di entrare perfettamente in sintonia con gli scopi scientifici della missione.
Il capo si fece vedere solo di sfuggita. Sergej Pavlovic aveva sempre molto da fare e comunque il suo ruolo di supervisore gli imponeva di stare dietro un po' a tutto. Lei non se la prendeva troppo, anche se certo le faceva piacere quando la andava a trovare e si fermava qualche minuto con lei. Lo fece anche quella mattina, e stette un po' di più. Le parlò con dolcezza, senza nasconderle nulla di quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
Lei capì. Il Destino si spalancava davanti a lei ed era importante che si facesse quello che si doveva fare.
Non fece obiezioni. Non fece domande. Non chiese ulteriori spiegazioni. Entrò nell'astronave e si accomodò sul sedile, meravigliandosi un po' di quanto stesse, tutto sommato, comoda rispetto ai test cui aveva partecipato.
Tutto accadde velocemente, e l'emozione per qualche minuto cedette alla paura. Ma poi vide quella palla azzurra, con i batuffoli bianchi che le si arricciavano tutt'intorno. Fu felice, avrebbe voluto scendere a giocare con quella palla e quei batuffoli...
La missione avrebbe dovuto durare diverse settimana, ed era previsto un pasto speciale al dodicesimo giorno, per premiarla. Ma non ce ne fu bisogno. Il circuito di refrigerazione si guastò dopo appena cinque ore dal lancio. O forse si guastò quello di aerazione. O forse entrambi.
Il successo del Progetto, si disse, passa anche atteraverso gli eroici sacrifici di chi partecipa alla causa.
La corsa allo spazio era appena cominciata. E lei sarebbe rimasta nella Storia. Anche se forse avrebbe preferito giocare a palla.
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