I bambini, nei primi sei anni di vita, acquisiscono certezze che gli possono durare per una vita.
Giorgio Chinaglia ha rappresentato per me, bambino nel 1974, il primo vero mito cui affidare le mie speranze ed i miei sogni.
La squadra nella quale giocava - la Lazio di Maestrelli, D'Amico, Re Cecconi e altre teste pazze che sembravano essersi radunate tutte insieme per puro caso - gli somigliava molto. Mai come in quella squadra ci sono stati tanti contrasti nello spogliatoio. Mai come in quel gruppo si respirava aria da far west (giravano con le pistole in tasca) e da spacconaggine. Mai una squadra ha dato dimostrazione di poter contemporaneamente vincere per superiorità manifesta e perdere per dabbenaggine conclamata. Erano talmente superiori che a volte decidevano quando e come segnare. Ma spesso perdevano partite perché si intestardivano su chi dovesse tirare una punizione o un calcio d'angolo...
Quella squadra era fatta su misura per lui. Prendeva a calci i suoi compagni mentre li spronava a dare di più. E i tifosi lo amavano perché con lui era tutto o niente: capace di prendere palla a centrocampo e di travolgere tutti i difensori quali birilli, come anche di non toccar palla per un'intera partita.
La vita lo ha portato lontano da casa sua. Prima per motivi sportivi, poi per aver frequentato le persone sbagliate. Ma a me piace ricordarlo come
Il Centravanti, non come tutto quello che è venuto dopo...
La mia prima maglia aveva il suo numero, e non ne avrei voluta un'altra.
Adesso farà gol (anzi, "Go!", come diceva lui) dribblando tra le nuvole e mandando a quel paese il Commissario Tecnico Supremo se si azzarderà a sostituirlo a metà del secondo tempo.