Nessuno può ragionevolmente affermare di conoscere a fondo il genere umano se non ha pranzato per almeno sei mesi in una mensa aziendale di grandi dimensioni. E' un crocicchio di tipi, uno svincolo di possibilità di atteggiamenti, un magazzino di compulsioni...
Ci si incontrano vari personaggi, alcuni decisamente interessanti. Vediamone alcuni.
Il salutista. Prende quasi sempre gli stessi piatti: rigorosamente sigillati, possibilmente incartati. Crescenza con l'etichetta, frutta di stagione matura, insalata scondita. Poi si mette a sindacare sulla tua scelta: "Quelle patate sono bruciate, lo sai che provocano il cancro?", "La carne al sangue può contenere i germi dell'epatite!", "La pasta sarà pure buona, ma la condiscono con quella robaccia preassemblata...". Quando tu, esausto, lasci nel piatto metà delle pietanze, lui le "assaggia" ed è soddisfatto per non averle prese. Però gli piacciono!
L'antimensa. Ritiene che i gestori della mensa ci guadagnino troppo e che usino qualsiasi mezzo per fare soldi, anche quelli illeciti. "Il mese scorso c'erano dei gatti nel parcheggio, chissà che fine hanno fatto...", "L'olio lo comprano a metà prezzo dai meccanici che lo tolgono alle macchine". Ovviamente lui saprebbe fare di meglio: servirebbe tutti i giorni fagiano e asparagi, "perché tanto le spese di gestione sono basse in un posto così grande..."
La modella. Porta vestiti sempre attillatissimi, tacchi alti e trucco vistoso. Indipendentemente dalla qualifica ricoperta, quando entra tutti si girano a guardarla. No, non è per la qualifica, in effetti... Mangia sempre da sola, anche se tutti si affannano a passarle vicini col vassoio in mano, nella speranza di un suo invito a sedersi. Prende un gambo di sedano, due carote bollite e un dolce. Siede con le gambe accavallate e guarda il tavolo col cibo come se fosse lì per scrivere un articolo di cronaca rosa. Mangia per contratto, si capisce che è pagata dall'azienda per attrarre gli impiegati a mensa.
Il malato. I colleghi lo evitano come la peste. Ha sempre un qualche malanno di cui lamentarsi e ovviamente il cibo deve essere adeguato. "Il medico mi ha detto che i carciofi mi alzano la pressione", "Prenderei l'hamburger, ma temo che la mia vescica ne soffra", "Ah, hai preso il gelato? Io lo vorrei tanto ma sai, la mia colite mi provoca..." e quindi sta lì un quarto d'ora a descrivere minuziosamente colore, odore, sapore e consistenza dei "prodotti" della sua colite. Quando non trova nessuno di sua conoscenza tortura gli inservienti: "Mi dia il riso in bianco, grazie. Sa, mi piacerebbero i tortellini, ma la mia prostata..."
Il perfezionista. E' preciso in tutto: porzioni, scelta dei piatti, condimento, etc... Comincia quando si avvicina al banco dei primi: "Vorrei una porzione di penne in bianco, con qualche goccia d'olio e una spruzzata di parmigiano. Possibilmente a metà cottura, meglio se un pochino fredde e col sale aggiunto dopo l'ebollizione...". Continua così per tutto il tempo e non la smette nemmeno quando si siede al tavolo: la sua insalata va condita con tre cucchiaini - non uno di più, non uno di meno - di olio accuratamente preso dalla bottiglietta del tavolo numero otto, perché solo quella contiene l'extravergine. Poi va al bar e ordina "un caffè freddo macchiato corretto alla sambuca, possibilmente con una goccia di cacao e mezza zolletta di zucchero". Il barista lo conosce bene e gli da, ormai da anni, lo stesso caffè che prepara per altri millecinquecento clienti.
Il truffato. Nel 1976, per sbaglio, la cassiera si trattenne cinquanta lire di resto. Da allora è ossessionato dall'idea che ci siano dei mariuoli pronti a lanciarsi sui poveri babbei che non controllano il conto. E allora passa i primi venti minuti a controllare e ricontrollare che lo scontrino corrisponda a quanto ritirato. "La banana costa venticinque centesimi, però ieri avevo preso lo yogurt che viene considerato come un secondo, per cui dovrei aver pagato un euro compreso il pane, che però non è compreso nella composizione standard..." e via delirando. Molti affermano che si porta lo scontrino in ufficio e si è fatto un foglio comparativo con tutti i prezzi. Quando ha finito di far di conto la pasta è ormai fredda e immangiabile.
L'affamato. Se potesse prenderebbe tre porzioni di tutto. "Sa, è per un collega timido che si è già seduto al tavolo..." farfuglia con una gran faccia tosta mentre ritira due piatti di ravioli. Mangia avidamente, come se fosse digiuno da settimane. Si ingozza di bistecca e patate mentre spalma il philadelphia su un panino. Suda come se spalasse carbone in un locale caldaie. Non lascia nemeno una briciola. Alla fine non riesce ad alzarsi e piange come un coccodrillo.
La gola profonda. Non va a mensa per mangiare, ma per incontrare qualcuno con cui (s)parlare di qualcun altro. "Quella, la seconda da sinistra del tavolo ventisei, è appena rientrata dalle ferie, ma si dice che le abbia fatte insieme a Rossi della contabilità.", "Il marito della Bianchi ha chiesto il trasferimento, ma lei è contraria...", "Domani Neri e Gialli presentano una riunione sulle tecniche di fotografia delle foglie morte, ma Verdi se ne assume tutto il merito...". Sa tutto di tutti, dalle cose innocenti a quelle piccantissime. Non ti lascia mangiare, ti interrompe ad ogni boccone prendendoti il braccio: "Guarda! Marroni con i capelli corti! Che schifo! No, non voltarti ora! Dai, voltati, adesso non guarda!"
La guida turistica. Conosce l'architettura e la topografia dei locali mensa meglio del progettista che l'ha disegnato. Sa dove mettersi, quali sono le finestre più luminose, quali le sedie più comode... "No, quel tavolo no, è proprio sotto il condotto di aerazione...", "Ecco, vedi? Qui nel 2002 si svolse la premiazione del torneo di dama, e da allora hanno lasciato tutto sporco!", "Spostiamoci un paio di tavoli più a EST: c'è meno riscontro e si vede l'infilata dei parcheggi...". Andare a mensa con lui vuol dire fare molto sport, perché si fa sei volte il giro della sala da pranzo prima di sedersi. Nel posto sbagliato, ovviamente.
I capigruppo. Organizzano spedizioni di almeno venti persone: la carovana giunge a mensa e intasa tutte le casse. Pretendono di trovare un numero adeguato di posti vicini, possibilmente allo stesso tavolo (i tavoli sono da quattro, al massimo da otto). Non si divertono proprio se non riescono a concludere con un bel coro alpino. Quando più di cinque colleghi si assentano contemporaneamente, preferiscono mangiare una merendina comprata al distributore automatico piuttosto che presentarsi senza claque al seguito...
Le coppiette. Si comportano come se non ci fossero che loro, e invece siamo in tremila. Non mi meraviglierei se accendessero una candela per meglio creare l'atmosfera romantica. Si guardano negli occhi per tutto il tempo tra un rigatone alla amatriciana e una seppiolina in umido. Una eventuale macchia sulla camicia viene accompagnata da gridolini di stupore e da sorrisi complici. Magari uno potrebbe pensare che siano amanti, ma non è vero. Gli piace solo fare finta!
L'impegnato. Ha sempre qualcosa d'altro da fare, non solo a mensa. Sta in riunione e telefona, parla al telefono e scrive al computer, scrive al computer e mangia, mangia e telefona e si aggiusta il trucco - se è donna - o i capelli - se è uomo... E' raro vederlo a mensa, perché ha molto da fare, ma quando ci viene è uno spettacolo garantito: cellulare all'orecchio, blocco degli appunti e penna stilografica, portatile collegato in videoconferenza con Singapore e petto di pollo ormai congelato. Non invitarlo a mensa se non hai anche qualcos'altro da fare: la sua conversazione con te non può durare più di quindici secondi continuativi.
Soprattutto: non andate in mensa, se è solo per mangiare!
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